Ho cominciato il mio primo tirocinio all’ABA nel maggio 2010, frequentavo la triennale in “scienze della personalità e delle relazioni interpersonali” della facoltà di psicologia di Padova.

Ho deciso di svolgere il mio tirocinio all’ABA dopo aver letto il libro di Fabiola De Clercq “Tutto il pane del mondo”, che mi aveva colpita tantissimo. Volevo riuscire a capire perché e come l’immagine del proprio corpo faccia star male; volevo comprendere come può una ragazza andare contro il proprio istinto di sopravvivenza e non mangiare, avevo pensato che ci fossero delle motivazioni davvero forti per decidere di condurre la propria vita in quel modo.

La sofferenza di un soggetto con un disturbo alimentare si colloca nell’area dell’immagine (anche se questo è solo la punta dell’iceberg). Noi donne vogliamo sempre piacere, fare bella figura, vogliamo che l’altro pensi bene di noi, ci teniamo ad essere belle; tutto ciò ci fa sentire adeguate. La nostra è la generazione delle apparenze, dell’essere “popolari”, del tutto e subito, del non mettersi in gioco davvero perché abbiamo, quando lo desideriamo, una maschera a disposizione. Questa maschera, questa barriera, che ci permette di apparire in un certo modo o di nasconderci, può essere un modo di vestire, lo schermo di un computer, una foto su Facebook, come anche il grasso o il corpo scheletrico. Sono tutti elementi che puntano a procurare alla persona una certa immagine in modo da poter sorvolare o riuscire a non pensare in qualche maniera alle proprie debolezze, ai propri difetti. Il punto è comprendere che c’è un altro che ci può amare anche con le nostre debolezze, ma prima di tutto dobbiamo essere noi ad accogliere le nostre mancanze. Tuttavia non è una cosa semplice.

Svolgendo il mio secondo tirocinio all’ABA (sto svolgendo il tirocinio post-lauream) ho potuto constatare come le ragazze con disturbo alimentare chiudano la bocca come forma di rifiuto o la aprano per divorare ciò che le circonda, nell’ottica di un’esclusione dell’altro o di un’estrema preoccupazione per il suo sguardo e la sua parola. Ecco il termine fondamentale: la “parola”. La parola è la cosa più importante. La bocca non serve solo per vomitare, mangiare o non mangiare, ma anche per parlare. Fabiola De Clercq ha affermato che “si rompe l’omertà nel momento in cui la parola torna ad occupare uno spazio” . Aprire la bocca per parlare, per esprimere la propria sofferenza, significa permettere all’altro di avvicinarsi a noi, di amarci. La ragazza con disturbo alimentare tende ad allontanare l’altro con il suo sintomo: ha luogo sia un rifiuto da parte dell’altro, sia la costruzione di una barriera, di un muro nei confronti dell’altro ad opera dell’anoressica. Questo altro è l’altro dell’amore, nel quale questa ragazza non è riuscita e non riesce a scavare una mancanza per trovare un posto senza sentirsi minacciata, fragile, senza sentirsi inghiottita. Questa ragazza, a contatto con l’altro, si sente divorata, ed è a ciò che dice “No”, è a questo punto che chiude la bocca; non c’è spazio per il cibo come non c’è spazio per la parola. Alla base di tutto ciò sta una grande domanda d’amore, una fame d’amore, come dice Fabiola De Clercq. Tuttavia non è facile capirlo, in quanto ciò presuppone il rendersi conto della propria sofferenza e il doverla affrontare, se si vuole stare meglio.

A partire da ciò, ho potuto riflettere su cosa sia l’amore, su cosa significhi amare ed essere amati, su quanto sia difficile fare entrambe le cose.

Amare è dare ciò che non si ha, non quello che si ha. L’amore è mettere nelle mani dell’altro le proprie mancanze, i propri difetti, senza avere paura che l’altro non li accetti, senza sentirsi “inghiottiti” da un altro che sa troppo e ci giudica. Ricordo il racconto di un’amica che aveva tenuto alcune lezioni di educazione sessuale in una scuola superiore e, per spiegare cos’era per lei l’amore, aveva raccontato agli alunni il seguente episodio. Le piaceva molto ballare ma il suo ragazzo non sapeva farlo; una sera erano insieme ad una festa e lui le aveva chiesto di ballare. Così facendo le aveva donato ciò che non aveva, cioè la capacità di ballare.

L’amore e la parola sono, a mio parere, elementi fondamentali nella vita di un soggetto e sono l’uno avviluppato all’altro, come l’edera al muro: tramite la parola ci avviciniamo all’altro e gli permettiamo di amarci, e al tempo stesso concediamo a noi stessi di amarlo. E’ difficile ma non impossibile.

 

Chiara Cecchetti

Tirocinante ABA di Venezia