La storia dell’ABA raccontata da Fabiola

“L’ABA nasce da un libro che decido di scrivere in due mesi e che viene immediatamente pubblicato nell’ottobre del 1990.

Questo libro, intitolato “ Tutto il pane del mondo ”, è l’effetto del desiderio di dare voce ad una sofferenza che ha attraversato la mia vita e che si è risolta solo grazie a un serio lavoro psicoanalitico.

Fino al giorno in cui scelgo di scrivere il racconto della malattia e della cura, non si trovavano in Italia riferimenti in cui un soggetto sofferente potesse sapere qualcosa del proprio disagio e formulare una domanda di cura.

L’anoressia e la bulimia non erano nominate in Italia. Se una malattia non ha nome, questa non esiste. Così era successo con altri fenomeni, come la tossicodipendenza, negli anni settanta.

Nell’intento di dar nome al disagio anoressico-bulimico ho ritenuto che la via più semplice fosse quella della scrittura, del racconto del mio disagio e del mio incontro con la cura psicoanalitica.

In pochi giorni, “ Tutto il pane del mondo ” ha toccato migliaia di donne che si sono potute riconoscere nel mio testo. Il libro ha promosso un movimento spontaneo nella stampa e nelle reti televisive che lo hanno sostenuto e divulgato con ritmi incalzanti.

È stato quello il momento in cui ho deciso anche di rispondere alle richieste di aiuto che mi giungevano da tutte le regioni d’Italia e di ricevere molte lettrici che mi chiamavano da Roma e dal Lazio. Le incontravo in casa mia, dove avevo uno studio e una bambina di due anni. Rappresentavo per loro la possibilità di guarire.

“ Tutto il pane del mondo ” permette quindi di nominare una sofferenza che quasi sempre queste donne non sapevano neanche di avere perché non potevano darle un nome.

Il loro sintomo era un vizio imperdonabile, una maledizione, una colpa inconfessabile, qualcosa che da lunedì avrebbero cercato di eliminare con la volontà oppure con strategie che si perdevano in qualche ora.

Nell’Aprile del 1991, sei mesi dopo la pubblicazione del mio libro, decido di fondare l’ABA e poco dopo mi trasferisco a Milano.”

Le Terapie di Fabiola (ABA News n. 25, Anno VII, 2000)

Fino a dieci anni fa le donne che mi telefonavano dopo avere letto il mio primo libro Tutto il pane del mondo raccontano di non avere capito di avere un disagio psicologico, ma di avere creduto di essere incapaci a rinunciare ad un vizio, di non avere la volontà di interrompere le crisi bulimiche. Quest’ultime, pensavano, erano dettate da un eccessivo appetito, da un’attrazione esagerata per il cibo. Per queste, che vivevano solo come debolezze oscene, si sentivano moralmente in colpa sentendosi ancora più inadeguate, incapaci di rimettere, preferendo l’orrore della lavanda gastrica.

Altre, devastate da altri effetti collaterali dovuti alla pratica del vomito autoindotto, come la tumefazione delle ghiandole fino all’infezione, recandosi dall’otorino laringoiatra, non gli rivelavano di procurarsi il vomito.[…] per ricominciare. Dieci anni fa le donne anoressiche erano ritenute ammalate perché riconosciute, visibili anche senza strumentazione diagnostica. Lo sapevano attraverso lo sguardo dell’altro. Tuttavia per loro non era facile perché riconosciute, visibili anche senza strumentazione diagnostica. Lo sapevano attraverso lo sguardo dell’altro. Tuttavia per loro non era facile perché il mondo scientifico non aveva individuato un approccio clinico che potesse promuovere una guarigione. Esisteva tuttavia la terapia famigliare dove il soggetto doveva inevitabilmente confrontarsi con tutti i componenti della famiglia come sistema ammalato, non trovando però uno spazio protetto perché la propria parola potesse essere accolta.

In questo contesto doveva mettere in rilievo ciò che non gli permetteva evidentemente di vivere in modo adeguato la propria vita di adolescente. Esprimere il loro disagio, mettere sott’accusa un padre e una madre che anche amava. Il ritorno a casa era insopportabile anche se, come spesso accadeva, si riduceva a dire il meno possibile perché impaurite, angosciate al pensiero di destabilizzare i propri genitori, i quali si sarebbero depressi, accusandole subito dopo. La scansione delle sedute, che si pro proponeva solo dopo diverse settimane, rendeva nel frattempo la vita impossibile. Senza peraltro che la persona potesse assumere la sua parte di responsabilità.

L’approccio medico più utilizzato era quello ospedaliero dove l’alimentazione forzata riduceva la questione ad una malattia dell’appetito. Questa soluzione colludeva con il bisogno dei genitori di mantenere le distanze dalle proprie responsabilità, delegando tutto a questioni di ordine medico-internistico.

La struttura ospedaliera si accaniva sulla paziente e sul suo appetito, con ogni mezzo, al fine di rettificarlo. Innescando quasi sempre un braccio di ferro con l’istituzione dove chi cercava di dire con il sintomo quello che non riusciva, non poteva metterlo in parole, vinceva.[…]

Mesi di ricovero dove le pazienti sapientemente attrezzate mettevano, mettono in atto ogni astuzia per resistere e mantenere intatta la propria posizione, posizione che paradossalmente le permetteva, e permette, di vivere sopravvivendo.[…]

Al loro rientro, spesso il calo ponderale era facilmente rinforzato, spinte da un bisogno irresistibile di accentuare la distanza tra un peso ideale e quello raggiunto sotto la pressione di un ricatto. Un ricatto che aveva solo tentato di cancellare il soggetto e il suo grido. La sfida successiva era, è inevitabile. La vendetta è in linea con il danno subito.

Dieci anni fa l’anoressia e la bulimia non erano un sintomo ma una diagnosi. Erano una diagnosi anche di stupidità , di un capriccio che andava rettificato, e per alcuni, punito. Spesso con un aumento di peso tale da spingere le pazienti all’interno di una bulimia feroce, che ancora oggi, molte stanno cercando di fermare.

La stessa psicoanalisi si pensava, non era uno strumento di cura per questo disagio. Nonostante questo molto tempo fa mi rivolgevo lo stesso ad analisti. Ero io con il mio sintomo, con i miei sintomi, con il mio mal di vivere, e non il mio corpo, ad essere accolta. è stata la mia domanda di cura incessante, la spinta a capire, a dare un senso a quello che nonostante tutto facevo senza potervi rinunciare, a mettere i miei interlocutori nella condizione di dovermi trattare, per guarire finalmente.

Ci sono voluti molti anni e ho dovuto cambiare molti terapeuti. Spesso il lavoro analitico si fermava lasciando intatto il sintomo, anche se nel frattempo alcune questioni si risolvevano e quando il lavoro ristagnava era perché, l’ho capito nel tempo, l’analista non interrompeva il lamento del sintomo, permettendo di definirmi attraverso un racconto interminabile di fatti relativi al quotidiano dove non mi interrogavo come soggetto. Ero vittima e solo vittima degli eventi e non responsabile delle complicità che con ogni mezzo cercavo e costruivo, per lamentarmene. In qualche modo, da qualche parte, trovavo nella sofferenza un godimento irriducibile. è il sintomo dunque che chiede al posto di un soggetto. è una persona che spesso non sa di esserlo, che non sa mettere in parole la sua domanda. Solo quando ne diventa consapevole, rende possibile una cura. L’operatore da parte sua va oltre il fenomeno anoressico-bulimico, lo tratta come un sintomo, un appello, non come una malattia. Si inoltra nella sua logica, ascolta il suo paziente permettendogli di ritrovare e individuare gli eventi all’interno della sua storia che non gli hanno permesso una crescita armoniosa.

L’ascolto, e non le direttive, i consigli che non sono farina del sacco del paziente, promuovono una pensabilità e una presa di coscienza. La persona che parla e pensa, è autore e protagonista della propria storia, terribile o banale, ma sua.

Può mentire e omettere, ha le sue ragioni per farlo e ne subirà le conseguenze. L’analista accoglie e lavora con ciò che il paziente oggi gli porta, assumendo per intero la sua vita. L’ascolto guarisce perché mette il soggetto di fronte a se stesso. Ma l’ascolto analitico non deve essere un ascolto sterile. Il terapeuta deve sapere anche intervenire e fermare un suicidio quando il paziente ha un sintomo, che ha effetti devastanti sul corpo, un corpo che può morire. L’analista, nella cura del sintomo anoressico-bulimico deve spesso ricorrere ad un atto, ad atti, per non rendersi complice del suicidio del suo paziente. Questo è indispensabile e possibile se ha formulato una diagnosi e costruito partendo da questa, la cura. La cura costruita negli anni all’interno dell’ABA, attraverso ricerche, gruppi di studio, è ormai riconosciuta dal mondo scientifico. Questo anche grazie all’apporto di molti terapeuti che hanno creduto nel mio testo, e nei primi gruppi che dieci anni fa ho fondato con le lettrici di “Tutto il pane del mondo” prima ancora della fondazione dell’ABA.[…]

L’ABA sostiene l’importanza della cura dei genitori delle pazienti anche se questi non hanno apparentemente sintomi e quindi nessuna domanda di cura. Tuttavia è attraverso i colloqui che propone loro che si evidenziano disfunzioni nella coppia genitoriale, spesso causati da loro questioni soggettive in grado di interferire nelle figlie che rispondono, apparentemente solo oggi, in modo sintomatico. La disponibilità dei genitori permette che la cura delle figlie sia più proficua e, se si può dire, più veloce. Il genitore curandosi, riconosce le proprie responsabilità, disinnescando spesso l’appello espresso dal corpo della figlia. Un appello infinito d’amore, quanto muto fino alla morte.

Pillole tratte da Facebook

La rabbia non ci fa mai bene. Trattenerla per paura di essere giudicati o di perdere l’amore dell’altro piuttosto che incanalarla è sempre nocivo per noi. Non ci permette di crescere e di sentirci adulti. Quando ci scopriamo capaci di dire quello che ci offende, ci scopriamo adulti e capaci. E quello che davvero ci può capitare è che diventiamo adulti capaci di far valere le nostre ragioni. Ecco che l’autostima cresce e ci restituisce equilibrio!

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Sempre più spesso ascoltiamo ragazze o donne ricordare che le proprie madri usavano alzare le mani su di loro, denigrarle con parole terribili, “tu non vali niente, senza di me non andrai da nessuna parte, punizioni corporee e psicologiche. A letto senza cena!” Queste condotte hanno un nome: si chiamano maltrattamenti e sono dei reati. Reati che per anni non sembravano tali perché all’ordine del giorno. Confesso che questa è stata una mia ricerca. Le mie ricerche sono veloci. Mi viene un dubbio e chiedo. O colgo una frase che sembra coprire qualcosa. Mi fermo e chiedo. E’ così che in questi ultimi due mesi ho scoperto questi maltrattamenti. Le persone che accolgono i primi colloqui e che seguo in riunione ogni settimana raccolgono le stesse rivelazioni. Molte di voi hanno anche cercato di dirlo in terapie precedenti ma non sono state ascoltate. E’ questa la verità. Allora mi dico: com’è possibile pensare di guarire se vicende così dolorose non vengono trattate? L’ABA non è un tribunale e non giudica, ma per fare un buon lavoro, tutti gli elementi devono entrare nel discorso terapeutico. Altrimenti è come cercare di svuotare il mare inquinato con una tazza!

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Tenete ferma nelle vostre mani la speranza che si possa vivere in modo diverso, abbandonando modi sterili e ormai inutili di farsi del male per non sentire le emozioni. Molte di voi hanno già gli strumenti per vivere. Ora ci vuole un po’ di coraggio e la voglia di amarsi, per amare.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Coraggio. Bisogna chiedere aiuto. A costo di trascinarsi e andarsi a sedere di fronte a qualcuno che ascolta. Ascolta e sa come accompagnarti verso una vita.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Osservo e sono senza parole ad una “normalizzazione” della bulimia, anoressia, ansia e depressione, uso di droghe! Tutti senza speranza? Tutti pronti a non avere una vita?

(Fabiola De Clercq, Facebook)

Ho condiviso le foto meravigliose della Sardegna pensando a tutte le persone che non possono godere del mare o di altri posti di vacanze perché sono ostaggio del loro malessere. A tutte raccomando di farsi aiutare per potere, forse l’anno prossimo, avere gli occhi per vedere e stare nella vita. Non bisogna perdere tempo. Le cose possono cambiare, cambiano.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Ciò che è impresso dentro di noi e non viene espresso ci rende depressi.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

La riconoscenza è l’inizio della guarigione. Ogni volta che la sento, ogni volta che una persona incomincia a occuparsi e preoccuparsi dell’altro sento arrivare il cambiamento. E’ emozionante. Significa la fine dell’atteggiamento rivendicativo adolescenziale, la pacificazione con quello che è stato, lo sguardo nascente per quello che sarà.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

E’ attraverso lo sguardo dell’altro che ognuno si costruisce. Intendo non quello che si pensa giudichi, ma quello che abbraccia con gli occhi e il cuore.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Come sono faticose certe giornate ad ascoltare con il cuore e la pancia le vostre storie. E come è straziante sentire quanta bellezza e intelligenza del cuore tutte voi avete sotto questo dolore che nasce dalle vostre vite. Quando si impara il linguaggio dell’amore, l’importanza degli sguardi e degli abbracci, della fiducia in voi e nelle persone che ora riuscite a scegliere tutto va… e non si hanno dubbi sulla qualità delle proprie scelte.

(Fabiola De Clercq, Facebook)

 

Io sono una donna felice da molti anni, ho le mie tristezze e faccio fatica molto spesso. Ma amo la vita immensamente, amo le persone, tutto questo dopo l’amore per mia figlia. Amo la mia ABA e le persone che mi regalano sorrisi e sguardi. Il sorriso è il primo passo verso una serie infinita di guarigioni. Queste ci sono, non bisogna avere dubbi. Io non ne ho neanche uno.

(Fabiola De Clercq, Facebook)