Tra le persone che si rivolgono ad ABA, quante intraprendono e proseguono con voi il percorso terapeutico? In quale percentuale queste vedono migliorare la propria condizione?

Non è semplice rispondere con precisione a questa domanda, l’ABA raccoglie annualmente migliaia di richieste di aiuto attraverso il Numero Verde Nazionale e il sito internet dell’Associazione. Molte richieste di aiuto emergono dopo attività di sensibilizzazione e prevenzione specifiche. Una percentuale importante non ha la possibilità di rivolgersi all’ABA per intraprendere un percorso di cura, poiché ad oggi l’ABA, non è presente in tutte le Regioni d’Italia.

La maggior parte, direi il 95% delle persone che si rivolgono all’ABA guarisce, ciò è in parte dovuto all’approccio di cura ma anche al fatto che gran parte dell’attività dell’Associazione è focalizzata sulla sensibilizzazione, informazione e prevenzione.

In questo modo la richiesta di aiuto intercettata e accolta, interessa molte persone che si trovano nella fase di esordio del sintomo anoressico bulimico. Minore è il tempo intercorso tra l’esordio del sintomo e la cura, maggiore è la possibilità di guarigione.

Nell’ambito della vostra esperienza, avete visto presentarsi nuove forme di DCA parallelamente alle evoluzioni della società? Se sì, quali?

Nell’attuale contesto culturale e sociale si assiste ad un cambiamento delle modalità di manifestazione dei disturbi alimentari: si parla non più solo di anoressia, bulimia e obesità, ma anche di vigoressia, ortoressia, binge eating disorders, drunkoressia. Denominatore comune di questi disagi non è più soltanto il rapporto col cibo la centralità del corpo.

Per questo preferiamo parlare di Disturbi alimentari e dell’immagine corporea.

La diffusione crescente che si registra negli ultimi anni ne definisce il carattere epidemico-sociale, espressione radicalizzata di un disagio specifico prodotto in primis nelle società del benessere, un problema politico nel senso più ampio ed alto del termine.

Nei DCA, ciascun corpo diventa il luogo attraverso cui esprimere un disagio profondo e legato al proprio vissuto personale.

Tuttavia, queste patologie hanno in comune fattori di rischio modificabili e di diffusione fortemente influenzati e condizionati dal contesto sociale, dai condizionamenti del mercato e dalle politiche commerciali, oltre che dai comportamenti individuali.

Questo non significa che la moda sia la causa dell’esordio di queste patologie, la causa è sempre legata a fattori personali e profondi, ma è indiscusso il fatto che la moda possa favorire, promuovendo certi canoni estetici, la diffusione di certi modelli in soggetti potenzialmente a rischio.

È corretto affermare che in passato i casi di DCA erano minori e che essi hanno avuto un recente forte incremento?

In parte ho già risposto a questa domanda, oggi si può certamente parlare di malattie sociali ed epidemiche proprio a causa della grande diffusione.

Vero è che nel 1991, con la pubblicazione di Tutto il Pane del Mondo, in Italia molte donne hanno potuto finalmente dare un nome al proprio male e hanno trovato il coraggio di venire allo scoperto e chiedere aiuto. Ciò non significa che prima della pubblicazione del mio libro quelle stesse donne non esistevano! Dal punto di vista clinico e terapeutico si è sviluppata una cultura e preparazione adeguata in grado di decodificare e soprattutto accogliere le richieste di aiuto. Molto spesso i disordini alimentari convivono con altre sintomatologie come le dipendenze da alcol o droghe. Anche in questo caso la sostanza rappresenta una soluzione illusoria rispetto a problematiche angoscianti. In un recente libro sulla cocaina – Un Fiume di Cocaina – scritto da Furio Ravera, noto psichiatra e psicoterapeuta, fondatore con Roberto Bertolli della Comunità Terapeutica CREST, si considerano insieme gli effetti sinergici e congiunti dei disturbi del comportamento alimentare e l’abuso di cocaina. Nella maggior parte delle ragazze che si sottopongono ossessivamente a diete ferree che spesso non riescono a osservare, la cocaina rappresenta un rimedio perché annulla la fame e porta alla progressiva riduzione del peso.

In molti pazienti, compiuta la detossicazione dalla droga e intrapreso un percorso di cura terapeutica, in realtà ci si trova a fare i conti con un disturbo dell’alimentazione. In entrambi i casi si tratta di espressioni di disagi più profondi.

Per tornare alla domanda, va detto che negli ultimi tempi queste patologie interessano sempre di più la popolazione maschile, ma l’aumento interessa anche altre variabili importanti e significative come l’età!

Può un individuo ammalarsi in età matura senza avere mai accusato prima tali disturbi?

Si è possibile, in molte campagne di sensibilizzazione e prevenzione l’ABA ha sottolineato come queste patologie colpiscano persone a partire dall’infanzia, ma possono manifestarsi anche in età adulta.

Si registra infatti, un’allarmante allargamento delle fasce di età interessate, ciò significa non solo che sempre più giovanissimi o adulti si rivolgono all’ABA per richiedere aiuto, ma che l’età dell’esordio della malattia si è abbassata notevolmente e al tempo stesso si è innalzata.

In un’intervista rilasciata al free press “Metro”, lei segnala in preoccupante aumento i casi di anoressia maschile. Con ciò intende che sono aumentati i casi clinici, oppure sono aumentati gli uomini che comprendono il proprio disturbo e si rivolgono a strutture come ABA?

Si parla spesso di incremento dei casi di disordini alimentari fra gli uomini ed i ragazzi; si tratta, piuttosto, di un aumento della capacità di chiedere aiuto, di rivolgere una domanda di cura alle istituzioni terapeutiche.

E’ dunque diventato socialmente più “lecito” per un uomo chiedere aiuto.

Gli uomini incontrano, comunque più delle donne, notevoli difficoltà a chiedere aiuto e a presentarsi all’ABA che è comunque considerato un luogo di “donne”, come tutti i contesti che si occupano di anoressia e bulimia. I mass media hanno rafforzato questo messaggio, fortificando l’identificazione fra universo femminile e disordini alimentari.

Gli uomini hanno difficoltà ad accettare un disagio con questo significato, innestano sulla questione del corpo (da plasmare, da scolpire…) una questione femminile.

Il corpo maschile, ostentato sulle riviste e nelle pubblicità, è un chiaro segnale che l’ossessione della forma fisica ha sconfinato nel mondo degli uomini.

Esiste una parola-chiave, un minimo comune denominatore, per i diversi DCA?

La parola chiave o minimo comune denominatore secondo l’approccio teorico e la grande esperienza dell’ABA può essere individuato nell’espressione tanto ricorrente anche nelle varie campagne di informazione della nostra Associazione: “i disturbi alimentari e dell’immagine corporea sono fame d’amore”

In ogni manifestazione di DCA il corpo si fa teatro di una sofferenza assai profonda che le parole non riescono a esprimere. I DCA sono malattie che si servono del corpo per comunicare un dolore interiore, quindi in ciascuno di essi non si tratta di malattie dell’appetito ma di disagi psicologico profondi. Attraverso il rapporto col cibo, negato, cercato, rifiutato o ingerito in quantità smodata, si esprime attraverso modi diversi un medesimo bisogno: una disperata fame d’amore.

Più precisamente sono una esasperata richiesta di fame di madre, fame dell’amore della madre, laddove l’amore materno si sia manifestato eccessivamente o in modo deficitario. Potremmo dire che non potendo avere tutta la propria madre il soggetto anoressico opta per il niente, cercando nel digiuno una autonomia drastica dal bisogno di tutto. Nella bulimia si mangia e si vomita cibo in modo seriale per mettere dentro e fuori la propria madre, in un’illusione devastante anche per il corpo che si possa stare con la propria madre. Nell’obesità sembra che il soggetto si metta un’intera madre nel proprio corpo ripetendo i gesti che probabilmente la madre, sin dalla prima infanzia, le ha proposto saturando la sua domanda d’amore con del cibo. Nei tre casi i DCA rappresentano una realtà drammatica nel nostro Paese che supera di gran lunga l’allarme della tossicodipendenza degli anni ’70 declinandosi tuttavia al femminile

Quale modello di prevenzione ritiene sarebbe effettivamente efficace per i DCA?

L’ABA porta avanti, da anni, numerosi progetti di prevenzione rivolti alle principali istituzioni responsabili del processo di educazione e crescita delle persone.

Per questo consideriamo la scuola e le famiglie quali interlocutori principali a cui devono rivolgersi i nostri progetti di prevenzione. La scuola ad esempio, rappresenta un luogo dove si intrecciano molte storie di vita, dove i ragazzi intessono relazioni, dove avviene il primo incontro con il contesto sociale al di fuori della famiglia e dove il benessere e il disagio emergono nelle relazioni con gli insegnati e con i pari. All’interno dell’istituzione scolastica si giocano più livelli: c’è un piano del sapere – rappresentato dall’ apprendimento e dallo sviluppo di conoscenze – ed un piano relazionale – rappresentato dai vissuti, dalle emozioni.

Affiancandosi alla famiglia nel delicato compito di aiutare i ragazzi a crescere, la scuola rappresenta dunque un importante e prezioso interlocutore.

Per questo l’ABA dedica molta attenzione e molto impegno nell’attività di prevenzione nelle scuole.

Qual è il confine tra magrezza e malattia?

Un corpo molto magro può certamente essere un segnale importante da non sottovalutare. L’estrema magrezza nell’anoressia è certamente uno dei primi segnali da non trascurare. Molto più difficile è rendersi conto del sintomo bulimico, la maggior parte dei pazienti bulimici presentano un corpo normopeso.

Molti italiani non conoscono i DCA, a suo parere questo è dovuto a una scarsa attenzione verso l’argomento da parte dei media?

Direi piuttosto ad una scarsa attenzione da parte della politica e delle istituzioni e una cattiva informazione da parte dei media che tendono a parlare in toni allarmistici di disturbi alimentari enfatizzando molto di più i casi di morte che non la possibilità assoluta di guarigione attraverso la cura adeguata.

Non ritengo che sia responsabilità propria dei media dover trattare questi argomenti, piuttosto che sia una loro responsabilità parlarne nella maniera adeguata, meglio ancora dare voce diretta agli esperti e alle realtà che si occupano in maniera professionale di studio, ricerca e cura dei disordini alimentari.

Quando i media affrontano l’argomento, lo fanno con sufficiente chiarezza e completezza?

Assolutamente no!L’ABA è impegnata proprio per questo in un importante progetto di prevenzione nazionale assumendosi la responsabilità di svolgere un programma di informazione e sensibilizzazione rivolto proprio agli operatori della comunicazione (off line e on line).

Dall’analisi dei contenuti di articoli di stampa e internet effettuata dall’Osservatorio ABA, emerge un uso improprio di immagini, concetti e termini, da parte degli stessi giornalisti, probabilmente perché privi di una preparazione scientifica adeguata per affrontare queste tematiche, dovuta alla difficoltà di accedere a fonti informative autorevoli. Esiste uno scollamento tra mondo della comunicazione e chi si occupa professionalmente di studio, ricerca e cura sui disordini alimentari. L’unico documento prodotto in Italia e messo a disposizione degli operatori della comunicazione risulta di difficile accesso non è mai stato pubblicato e diffuso in maniera capillare ed è disponibile solo on line. Da un’analisi della Rassegna Stampa ABA emerge che la popolazione italiana è passata da una totale disinformazione da parte dei Mass Media, che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, ad un massiccio bombardamento allarmistico, scioccante, sui disordini alimentari. Sono per lo più le pagine di cronaca nera a parlare di disturbi alimentari.

Nel 2007 le vicende che hanno suscitato attenzione e interesse mediatico rispetto ai disordini alimentari sono stati 3:

  1. spot commerciale di un brand di moda, sospesa a seguito della pronuncia dell’IAP.
  2. suicidio di un giovane ragazzo anoressico
  3. filmato di modella anoressica agonizzante, on line dopo pochi giorni dalla sua morte.

 

Stime parlano di circa 300.000 siti e blog dedicati all’anoressia e altri DCA (pro-ana,pro-mia) e dichiarano il fenomeno in continua ascesa. Sono molti i soggetti che si rivolgono alla sua struttura che utilizzano la rete come veicolo di confronto con altri malati (ad esempio con forum, istruzioni e decaloghi per un perfetto controllo del corpo)?

Non sono ancora molte le persone che arrivano all’ABA denunciando di aver preso parte a forum o frequentato siti pro ana o pro mia, ma in rapporto al fatto che si tratta di un fenomeno recentissimo si può dire che sono già troppe le persone che denunciano e raccontano di aver visitato questi siti e aver interagito attraverso questi siti. Riteniamo che, considerato il fatto che si tratta di fenomeni recentissimi e di fortissima diffusione, nei prossimi anni saranno numerosi i casi di persone che racconteranno di aver preso parte a questi forum o diari virtuali.

Molti blog in rete citano come filosofie e amiche Ana e/o Mia. Essi proclamano la differenza tra queste e l’anoressia o la bulimia che invece sono viste come malattie e non come filosofie di vita.

Come giudica queste affermazioni?

Si tratta di siti deliranti ma la cosa più importante da sottolineare è che per la maggior parte dei casi le persone che frequentano questi siti sono malate che socializzano la malattia e al tempo stesso socializzano attraverso la malattia!

Come Associazione che si occupa di studio e ricerca sui disordini alimentari, riteniamo di dover mantenere altissima la nostra attenzione su questi nuovi fenomeni emergenti, chiedendo la massima attenzione delle autorità competenti per ottenere la chiusura di quei siti che celebrano l’Anoressia e la Bulimia come fossero delle divinità.

ABA sta adottando misure, anche con la partecipazione delle istituzioni, nei confronti di questi blog/siti?

Come dicevo prima, l’ABA è impegnata in un ampio progetto di prevenzione nazionale sui DCA assieme ad altre importanti realtà pubbliche e private che operano a livello nazionale sul fronte dei disturbi alimentari. Ciascuna realtà avrà la responsabilità di intervenire a scopo preventivo sui DCA, intervenendo in un determinato ambito di intervento.

Uno degli ambiti principali risulta essere quello della Comunicazione e WEB all’interno del quale è compreso un progetto teso al monitoraggio completo dei siti pro ana in Italia e soprattutto incentrato sul controllo della comunicazione che viaggia nelle chat e nei blog.

L’attore proponente e responsabile di tale progetto è l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma.

Oliviero Toscani ha dichiarato che l’immagine di Isabel Caro usata per la campagna pubblicitaria “No-Anorexia, No-Lita” era giusta al momento giusto perché rappresentativa di un tema molto discusso in quel momento e che aveva il duplice scopo di incentivare la discussione e di fungere da monito, non per le ragazze anoressiche che devono essere seguite dallo psicanalista, ma per quelle ragazze che tentate da un preciso ideale di bellezza, nel rincorrerlo, rischiano di ritrovarsi come la donna raffigurata.

Egli, aggiunge che la sua è arte su muro e che ci si sente aggrediti da quell’ immagine solo perché abituati a vedere un certo tipo di manifesti, usati solo per fini merceologici dagli addetti al marketing. Lei ha dichiarato all’Espresso che il manifesto potrebbe comportare l’emulazione e incentivare la voglia di magrezza. Questo vale esclusivamente per i soggetti anoressici o anche per le ragazze che Toscani vorrebbe allertare?

Il rischio di emulazione è presente soprattutto tra le persone malate, le persone così dette “non a rischio” presentano generalmente una reazione di disgusto. Non ritengo sia “allertare” la reazione che Toscani abbia voluto suscitare con questa campagna pubblicitaria, come con le precedenti.

Credo piuttosto che il termine più opportuno sia “provocare”, ma la scusa della provocazione a fin di bene non regge, primo perché come si è già detto è noto che per le malate quel tipo di immagine è un’icona da emulare, mentre, lo ribadiamo, si è in presenza di una campagna pubblicitaria di carattere commerciale.

Quando si affrontano temi sociali in pubblicità si ha il dovere di farlo in maniera Socialmente Responsabile: la Comunicazione Sociale può definirsi tale se contribuisce a risolvere problemi di rilevanza e natura sociale, se svincolata da fini commerciali, se efficace, e lo è quando raggiunge il proprio obiettivo. L’unico esito di questa comunicazione incentrata sulla mercificazione della sofferenza e della malattia, è l’orrore di chi non soffre di anoressia e l’emulazione di chi invece è già schiavo di questa patologia.

Lei avrebbe ritenuto più accettabile l’uso di tale immagine se legata, per esempio, a una pubblicità progresso, oppure il fatto che faccia parte di una campagna pubblicitaria di un marchio di abbigliamento è ininfluente?

Direi che la risposta alla precedente domanda sottolinea il fatto che sarebbe stato ancora più grave l’uso di tale immagine se veicolato per mezzo di una campagna di comunicazione sociale che ha come sola finalità quella di essere socialmente responsabile.

Lei cosa ha pensato quando la ministro della Salute Livia Turco si è espressa positivamente sull’opera di Oliviero Toscani?

Certamente la prima reazione è stata di sorpresa, non ci aspettavamo quel tipo di risposta dal e le motivazioni portate risultavano comunque poco convincenti ed esprimevano un certo imbarazzo.

Abbiamo lavorato molto bene con l’ex Ministero della Salute al quale va appunto il merito di aver siglato un protocollo di intesa con l’ex Ministero delle Politiche Giovanili e delle Attività Sportive grazie al quale oggi numerose realtà che in Italia si occupano di Disturbi alimentari lavorano insieme al più importante progetto di Prevenzione Nazionale sui DCA.

Pochi giorni dopo le dichiarazioni del Ministro Turco è stata lanciata la campagna di comunicazione per celebrare i trent’anni del Servizio Sanitario Nazionale e la notissima Campagna di Comunicazione realizzata in occasione di questa “Pane, Amore e Sanità” era firmata Oliviero Toscani. La sorpresa è venuta meno e si è compreso l’imbarazzo del Ministero.

Come giudica il “manifesto nazionale di autoregolazione della moda italiana contro l’anoressia” (siglato il 22 Dicembre 2006 dal Ministero delle politiche giovanili, Camera nazionale della moda, Altaroma) e il progetto nazionale “le buone pratiche di cura e la prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare” (presentato il 3 marzo 2008, elaborato sulla base del precedente protocollo d’intesa Turco-Melandri)?

Ritengo siano non solo dei segnali ma degli atti concreti. Il Manifesto supera i limiti delle soluzioni spagnole. In Spagna infatti, IMC (Indice di Massa Corporea) è l’unico parametro con cui si determina la presenza o l’assenza di un disturbo alimentare. In Italia si è arrivati alla stesura del Manifesto nazionale di autoregolazione della moda italiana contro l’anoressia attraverso un vera e propria sinergia tra mondo della Moda, Istituzioni ed esperti. Attraverso questo processo si è valutata la necessità di prendere seriamente in considerazione tutta una serie di altri parametri in grado di escludere disturbi alimentari conclamati nelle ragazze chiamate a sfilare o posare. Questo primo atto ha consentito di mettere in rete tutti i principali attori che lavorano in Italia nell’ambito dei disturbi alimentari, si è arrivati così ad un programma di Prevenzione completo che coinvolge ben tredici soggetti tra centri pubblici e associazioni private, tra cui l’ABA. Ciascuno porterà il proprio contributo, le proprie competenze e il proprio Know-how favorendo lo sviluppo di sinergie essenziali da convogliare in due grandi direzioni: le buone pratiche di cura e la prevenzione sociale.

Partendo dal principio che i DCA hanno radice psicologica, lei ritiene che comunque la moda dovrebbe adottare nuovi provvedimenti per disincentivare il perseguimento di modelli fisici impossibili, basati spesso sull’equivalenza tra bellezza e magrezza? Se sì, quali potrebbero essere realmente efficienti e al contempo rispettosi della dignità dei soggetti malati?

Per quanto la moda debba impegnarsi nella promozione di modelli estetici quantomeno diversificati e comunque positivi e solari per le tante ragazze che vedono nelle mannequin un modello da imitare, certamente la questione non può essere limitata alla Moda.

La Spagna ha vietato i défilé alle modelle con l’indice di massa corporea inferiore a 18 e ha concluso un accordo di collaborazione con i principali operatori della moda che contiene nuove norme comportamentali, tra cui quelle relative all’indicazione delle taglie. Lei ritiene quello spagnolo un esempio che anche l’Italia dovrebbe seguire o che questi provvedimenti servano comunque a poco?

L’Italia ha intrapreso un percorso ben preciso, naturalmente sarebbe opportuno il confronto con gli altri Paesi, direi che trattandosi di malattie sociali ed epidemiche la politica, le istituzioni e gli esperti debbano sedere ad un unico tavolo all’interno di uno scenario internazionale.

Il 15 aprile scorso in Francia l’Assemblea Nazionale ha approvato una proposta di legge che prevede multe fino a 40 mila euro e 3 anni di reclusione per chi incita persone a non mangiare, a vomitare il cibo o a mortificare il proprio fisico, mettendo a rischio la propria salute.

Qual è la sua opinione al riguardo?

L’ABA raccoglie ormai da diverso tempo, le segnalazioni da parte di genitori, parenti e amici di persone che soffrono di disordini alimentari, che si sono imbattute in siti deliranti incentivanti e rinforzanti il delirio sintomatologico (es: diffusione di immagini di modelle scheletriche e materiali incentivanti).

Fino ad oggi, risulta tuttavia impossibile riuscire a limitare o impedire la diffusione di questi siti proprio a causa della caratteristica di “non illegalità”.

Per questo l’Associazione che presiedo ha più volte invocato l’intervento delle Istituzioni e le Autorità competenti. E’ necessario che queste prendano coscienza della gravità del fenomeno e attuino seri provvedimenti per colmare il vuoto legislativo vigente in tale ambito.

Inoltre, per la tutela e la garanzia delle persone che soffrono di disordini alimentari, e che l’ABA rappresenta, riteniamo che l’oscuramento di questi siti un atto dovuto da parte di tutti i grandi portali Internet e delle imprese che si occupano di fornire pagine gratuite personalizzate.

Ritiene che l’Italia sia carente, dal punto di vista legislativo, nei confronti dei DCA?

In riferimento a questioni recentissime, in continua evoluzione e diffusione come l’allarme siti pro ana e mia assolutamente si. Più in generale per ciò che concerne la condizione della normativa italiana sui disordini alimentari va detto che nonostante il Decreto Ministeriale del Ministro Veronesi nominava anoressia e bulimia, malattie sociali e lasciava precise linee guida per affrontarne l’emergenza, le strutture deputate alle prime cure, come il Pronto Soccorso, rifiutano i ricoveri per paura della morte delle pazienti e le ASL si rifiutano di pagare le delibere dei ricoveri nelle rare comunità specializzate . L’Italia ha preso atto della gravità della tossicodipendenza negli anni ’70 e organizzato luoghi di cura e comunità mentre ignora la gravità di una patologia che colpisce prevalentemente le donne e in una percentuale molto più elevata della tossicodipendenza. L’anoressia e la bulimia ha effetti devastanti e permanenti sul corpo e preclude, quando non viene trattata precocemente con tecniche specializzate, la fertilità oltre che l’instaurarsi per la vita di malattie croniche come l’osteoporosi e danni renali.

Il suo libro “tutto il pane del mondo” è importante punto di riferimento per molte persone che affrontano il dramma della malattia. Anche lo spettacolo teatrale “la bambina con la pelliccia” tratto dalla sua opera ha avuto lo stesso effetto? Quali sono state le risposte del pubblico?

Tutto il pane del mondo ha avuto un successo enorme da parte del pubblico non paragonabile al seguito avuto dallo spettacolo teatrale. Una ragione è nel fatto che attraverso un libro autobiografico per la prima volta si dava un nome ad un disagio profondo presente in moltissime donne. L’effetto immediato di Tutto il pane del mondo è proprio la nascita dell’ABA. L’Associazione è nata per dare un cappello giuridico istituzionale ad un movimento spontaneo sorto in conseguenza della scrittura del mio libro e del riconoscersi di moltissime donne che hanno cominciato a contattarmi da ogni parte d’Italia per richiedere aiuto. La seconda ragione risiede nel fatto che per quanto il teatro sia stato negli ultimi anni riscoperto dal grande pubblico, resta comunque legato, più di un libro, ad un pubblico di nicchia.

L’importanza del teatro e per questo della collaborazione dell’ABA con diverse compagnie teatrali è comunque notevole.

Oltre allo spettacolo “La bambina con la pelliccia” che ha avuto un successo di pubblico e di critica, l’altro grande spettacolo scritto con la consulenza scientifica dell’ABA è “Quasi Perfetta” della Compagnia Teatrale Quelli di Grock. L’efficacia del teatro e delle sue potenzialità comunicative trova riscontro nelle attività di prevenzione nelle scuole di ogni ordine e grado. Il teatro rappresenta un modo unico per stimolare la discussione e la sensibilizzazione sui DCA sia negli adolescenti, sia negli insegnanti, sia nei genitori. Diverse sono le persone che hanno espresso una domanda di aiuto dopo aver visto lo spettacolo teatrale che prevede l’intervento di operatori dell’ABA alla fine della messa in scena. Questo vuol dire che una buona comunicazione sia essa mediatica, artistica, giornalistica è tale se prevede la presenza o i riferimenti degli esperti che possano accogliere realmente la domanda di aiuto, altrimenti persa o ignorata.